Nobody wants this – Recensione della serie Netflix

Dall’innamoramento alla costruzione della coppia, passando per i dubbi e le paure

Sono stata rapita, catturata dai dieci episodi di questa serie e non solo per la presenza di Adam Brody, primo assoluto “amore” adolescenziale, forse mai svanito.

“Nobody wants this” è la descrizione delicata, ironica e profonda  della costruzione di una coppia che tende a “restare” nonostante i dubbi, le pressioni, le diversità.

Il vero elemento forte di questa narrazione, però, è il legame tra Joanne (Kristen Bell) e Morgan (Justine Lupe) , le sorelle che dialogano, litigano, ballano, lavorano, pensano, si confidano e che sono l’una per l’altra la sicurezza, il perno di un mondo che cambia senza annullare l’intensità del loro indissolubile rapporto.

Sono diverse e alleate, complici in una famiglia disfunzionale che le unisce e le avvicina nonostante le “follie autorizzate”.

Dentro queste puntate c’è la fine di una storia importante, i retaggi che i personaggi si portano dentro, i conflitti, i desideri, le paure, i destini, le confidenze e le parole: quelle di ogni coppia, uniche e uguali ad ogni coppia.

Iniziare da un bacio di addio, rintracciare un’affinità dei corpi che non trova corrispettivo nei principi della quotidianità ma forse nella profondità dei valori sì, anche se hanno categorie diverse.

“Esisterà un mondo in cui funzionerebbe?”

E poi Joanne e Noah decidono di farlo funzionare perché non c’è altra opzione e scoprono che l’altro attiva una parte di sè autentica ma celata. Non desiderano che l’altro cambi ma permettono il passaggio, diventano compagni di un’evoluzione, spettatori  e complici, motore della crescita.

Una serie che attraversa i passaggi dall’innamoramento al “noi”: conoscersi, aver paura, fidarsi, dubitare, pensarsi, attendere un messaggio, scoprirsi, dubitare ancora, stupirsi, intrecciare le amicizie, vedere che non sempre combaciano e poi avviene che si incastrano i tasselli di un puzzle che si spera combaci, che semplicemente combacia o va leggermente levigato.

Intrecciare le visioni, il modo di scherzare, il modo di comunicare, di amare.

Una serie che descrive le giornate di colazioni lunghe e  ore trascorse a letto a sentire di aver percorso tutte le strade del mondo, di avere tutto in un piccolo spazio sino alla dissoluzione di questo che è solo l’inizio di un consolidamento.

Nel susseguirsi delle scene si evidenzia la voglia di sorprendere l’altro con gli aspetti migliori sino a riconoscere le fragilità, le più grandi paure che diventano le parti più amate, la scelta, le intenzioni. E dopo le intenzioni arriva il momento in cui si cerca una definizione, un nome che dà direzione, forma, che fa da ancoraggio.

Scorrono in parallelo storie di coppie che si riaccendono, riscoprono, confermano, che hanno fatto della sicurezza il senso e la bellezza.

E’ una serie che ha note comuni con altri film, altre serie ma un’assonanza particolare con “Love”, figlia degli stessi anni.

Tutte rimandano alla complessità dietro le affinità elettive, forse non riconosciute, confuse. Tutte rimandano a quell’occhio esterno che vede lineare qualcosa e che all’interno si complica a causa dell’impatto, della forza della paura, del disorientamento che la felicità può creare, della domanda che alla fine arriva ovvero se nel futuro, dopo aver trovato uno spazio nel mondo, dopo aver raggiunto traguardi professionali, si desidera ancora essere soli o condividere la vita.

“E come se non potesse andare tutto bene. Così sto aspettando che cada una tegola”

“Io sono felice, lei è felice, noi siamo felici e io sono preoccupato”

“Love” parla anche di dipendenze, delle scelte esplicite e di quelle dettate da dinamiche inconsce, di auto sabotaggio, del desiderio di annullare le “coazioni a ripetere”, il bisogno di farsi aiutare per riuscirci. “Love” racconta di intenzioni trasparenti che si perdono, del tempo necessario che non è prestabilito, identico, lineare. Il tempo per comprendere.  

In tutte queste narrazioni ci sono i malesseri relazionali di generazioni che si interrogano sulla coppia dopo i trent’anni, sul tempo, sul sacrificio di una carriera sempre in bilico, sulla conoscenza del proprio corpo, sulla maturità sessuale e sull’incapacità di gestire le emozioni quando la paura si prende tutto.

E tutte queste storie mi fanno venire in mente “Ma che Discorsi” di Daniele Silvestri, “Anna e Marco” di Lucio Dalla,  “En e Xanax” e forse anche un po’ “Giudizi Universali” di Samuele Bersani.

Allora forse c’è il presente ma ci sono i vissuti eterni, le sensazioni di pancia e i timori di ogni epoca, era.

Musica, Cinema, Letteratura sono linguaggi simili come tutte le arti che raccolgono vissuti, riflettono vissuti, fanno risuonare vissuti; sono specchio dei tempi e generano, modificano i tempi, narrano e rinarrano questioni immutabili.